Questa casa non è una scuola! (DAD@_UMP@)

Ti mettono in una stanza e chiudono la porta. Così semplice da essere geniale.

Don De Lillo, Libra

DADDADDAD: #DAD. E poi VAD, e poi PAI, e poi PTOF. Non è l’inizio di un manifesto-distruzione (sì, senza apostrofo) dadaista 2.0, non è la lista di onomatopee che il fumettista di «Topolino» ha a disposizione quando Paperoga prende un ceffone (PAHI!) o quando scoppia una bolla di sapone (PTOF!). E no, VAD non è un’esortativa apocope fantozziana per mandare gentilmente a quel paese qualcuno (ma se ne VAD un po’a… – qui, nei fumetti, di solito accade questo: !!#@₡√!!)

DAD, VAD, PAI e PTOF sono una selezione di acronimi che permettono al docente e al discente di orientarsi nell’intricata selva della Didattica a Distanza («Hey, Dad, what’s up?»). Nessuno di voi ci ha capito nulla? Basta andare sul sito della scuola che vi fa battere il cuore, cercare il RAV, spulciare il PTOF et voilà.

Ma torniamo subito seri: qualche giorno fa ho fatto il conto dei giorni di DAD che ho affrontato in questi mesi: sono più di 70. Ho contato i video che ho registrato con Screencast Matic, che sono 93, e i podcast che ho dettato al mio smartphone, che sono 21 (ho finito di spiegare l’Inferno parlando con un telefono, quando nessuno era ancora uscito a riveder le stelle, figuriamoci le classi).

Ho anche contato, meeting dopo meeting, le facce stanche, gli occhi spenti, gli sguardi vacui, le connessioni fragili, le webcam rotte, gli audio impossibili da ripristinare. Ho contato le assenze. Ho ascoltato storie di case sull’orlo di una crisi di nervi, di computer promessi e mai arrivati, di tablet defunti e di giga esausti.

Ho contato anche i secondi che mi ci volevano ogni volta per non esplodere contro il sistema (sempre meno). Ho persino segnato sul calendario i giorni che mancavano alla…

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DAD@_UMP@

È un’insegnante a cui non piace la DAD.

 

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