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Resistenza telematica. Breve antologia

Questa festa della Resistenza, questo 25 aprile, sarà per certi versi diverso da tutti gli altri. Diverso per le modalità, per le situazioni, ma speriamo che non sia diverso per il senso. Per questo, vogliamo proporvi una piccola antologia poetica di autori anche estranei al nostro catalogo, ma vicini per il senso d’appartenenza ai valori della Resistenza. Come cappello introduttivo, ecco una testimonianza di Marcello Venturi, pubblicata sul’Unità del 27/10/1946:

Ci siamo svegliati adulti: dai nostri letti eravamo passati a dormire sui giacigli di paglia, in una cantina umida e priva di luce. E si teneva a portata di mano la rivoltella, mentre a turno si montava la guardia. Invece giorni avanti mia madre entrava in camera e rimboccando lievemente i lenzuoli mi domandava: hai studiato bene?

 

Alfonso Gatto, “25 Aprile”

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pungo: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

 

Giorgio Caproni, “Tutto”

Hanno bruciato tutto.
La chiesa. La scuola.
Il municipio.

Tutto.

Anche l’erba.

Anche,
col camposanto, il fumo
tenero della ciminiera
della fornace.

Illesa,
albeggia sola la rena
e l’acqua: l’acqua che trema
alla mia voce, e specchia
lo squallore d’un grido
senza sorgente.

La gente
non sai più dove sia.

Bruciata anche l’osteria.
Anche la corriera.

Tutto.

Non resta nemmeno il lutto,
nel grigio, ad aspettar la sola
(inesistente) parola.

 

Franco Fortini, “Valdossola”

E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.

Qui siamo giunti
siamo gli ultimi noi
questo silenzio che cosa.
Verranno ora
verranno.

E il tuo fucile nell’acqua della fontana.

Ottobre vento amaro
la nuvola è sul monte
chi parlerà per noi.
Verranno ora
verranno.

Inverno ultimo anno
le mani cieche la fronte
e nessun grido più.

E il tuo fucile sotto la pietra di neve.

Verranno ora
verranno.

 

Edoardo Firpo, “Ai martiri de Cravasco”

Quello strazetto da crave
fra stecchi nûi e spinoni
che verso a çimma o s’asbria,
a stradda a l’è ch’àn battûo
in quella tetra mattin.

Cianzéivan finn-ai rissêu;
cianzéiva l’ægua in to scûo
a-o fondo ai canaloin…

Me pâ sentî i so passi
luveghi comme un tamburo
lenti, che scûggian indietro
cö mutilòu in sce-e spalle;
ï veddo cazze, stä sciù…
perché stan sciù se fra poco
cazzian poi tutti lasciù?…

Han ciammòu Dio in aggiûtto
con ogni colpo do chêu
pe lô, pe-a so moæ, pe-i figgêu,
ma o fî o se fæto ciù cûrto
e a raffega a-a fin a l’à streppoù.
Perché in te grandi ingiustizie
Dio o l’è sempre lontan?

E çerco i gïo ai mæ passi
se un segno o fosse restòu;
no gh’è che i pochi fioretti
che in sce-o sentë n’han lasciòu,
poi in strassetto de fêuggia
secca ch’a sbatte a unna ramma…

Dunque o dolore o se perde
comme da sabbia in to vento?…

Ma in ta gran paxe di monti
se sente l’eco de l’ægua
lontann-a ch’ai ciamma, ch’ai ciamma…

 

Salvatore Quasimodo, “Alle fronde dei salici”

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

 

Franco Matacotta, “Agli alberi”

E prima di ridestarvi
dai lini bianchi delle nebbie d’inverno
infinito tremito
sulle palpebre rosa dei meli
alberi, pregate il vento
che col suo piede di polvere
copra l’ultima mano abbandonata
sopra il tuo petto come un fiore, o terra.

 

Stringiamoci, a distanza, per la Resistenza

Queste poesie raccontano la Resistenza dall’inizio alla fine, in un percorso ideale che deve essere ricordato e celebrato da tutti. Non possiamo stringerci, ma le nuove tecnologie ci permettono di stare più vicini che mai. Quindi facciamolo, stiamo vicini, e leggiamo tanta poesia.

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Rivolta, Giuseppe Guerreschi, 1956

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